Il safeguarding nello sport dilettantistico rappresenta uno dei cambiamenti più significativi introdotti dalla riforma dello sport.
Oggi le ASD e le SSD sono chiamate a creare ambienti sportivi sicuri, inclusivi e rispettosi, in cui ogni persona – atleta, allenatore, volontario o genitore – si senta tutelata.
Cuore di questo sistema è la figura del Safeguarder, responsabile della protezione e della promozione del benessere di chi vive lo sport.
Le origini della normativa sul safeguarding
Il percorso normativo ha preso forma con l’introduzione dei Modelli di Organizzazione, Gestione e Controllo (MOGC), strumenti che ogni associazione e società sportiva dilettantistica deve adottare per prevenire abusi, violenze e discriminazioni.
I MOGC, elaborati sulla base delle linee guida di Federazioni ed Enti di Promozione Sportiva, rappresentano un passaggio epocale per un settore abituato a gestioni più informali.
Dal 2025, la loro adozione non è solo un obbligo normativo, ma una condizione fondamentale per garantire sicurezza e responsabilità all’interno dei centri sportivi.
La figura del Safeguarder
Accanto ai MOGC, la riforma ha introdotto la figura del Responsabile del Safeguarding (Safeguarder), una persona designata dall’associazione con il compito di:
- vigilare sull’applicazione delle regole di tutela;
- gestire le segnalazioni;
- promuovere formazione e cultura del rispetto.
Il Safeguarder non è solo un garante formale, ma un punto di riferimento operativo per presidenti, istruttori, volontari e famiglie. La sua presenza rafforza il senso di fiducia e crea un ponte tra prevenzione, ascolto e formazione.
L’obiettivo del safeguarding nello sport
Dal 2025 la normativa è pienamente a regime, con un obiettivo chiaro: costruire ambienti sportivi sicuri e inclusivi, in cui il benessere delle persone venga prima di tutto.
Il safeguarding non riguarda solo i dirigenti, ma tutti gli attori del mondo sportivo: atleti, tecnici, genitori, volontari e persino il pubblico.
La cultura della prevenzione deve diventare parte integrante della vita del centro sportivo, così come lo sono l’allenamento e la competizione.
La formazione: il cuore del safeguarding
Le procedure previste dai MOGC sono indispensabili, ma da sole non bastano.
La vera prevenzione nasce dalla formazione, che deve essere diffusa, costante e coinvolgente.
Il Safeguarder ha un ruolo centrale nel progettare e condurre momenti formativi rivolti a:
- dirigenti e istruttori;
- atleti e volontari;
- famiglie e genitori.
La normativa prevede almeno due momenti formativi all’anno, che dovrebbero andare oltre la teoria per diventare esperienze pratiche: role playing, simulazioni, testimonianze e attività educative che rendano concreti i valori di rispetto, inclusione e corretto comportamento.
Le segnalazioni: uno strumento di prevenzione
Un elemento fondamentale del safeguarding è la gestione delle segnalazioni.
Ogni centro sportivo deve predisporre canali accessibili e sicuri (mail dedicate, software, sportelli d’ascolto) per permettere a chiunque di segnalare comportamenti inappropriati o episodi di disagio.
Segnalare non significa denunciare, ma partecipare attivamente alla prevenzione.
Il Safeguarder, ricevuta una segnalazione, deve ascoltare, indagare con discrezione, valutare i fatti e attivare le risorse necessarie, sempre garantendo riservatezza e rispetto per tutte le parti coinvolte.
Il ruolo del Safeguarder: supporto, non giudizio
Il Safeguarder non è un giudice e non ha funzioni sanzionatorie.
Il suo compito principale è ascoltare, supportare e orientare.
Può attivare professionisti qualificati – psicologi, consulenti o mediatori – e collabora con la giustizia sportiva e, se necessario, con quella ordinaria.
Deve essere un punto di equilibrio tra prevenzione, formazione e tutela, trasformando ogni episodio in un’occasione di crescita e consapevolezza per l’intera comunità sportiva.
Un esempio concreto: formare attraverso il gioco
Un episodio significativo riguarda un torneo giovanile di tennis, in cui un ragazzo sconfitto si è sentito umiliato dall’esultanza eccessiva dell’avversario.
La madre ha segnalato il fatto al Safeguarder, che ha deciso di avviare un percorso educativo con gli istruttori e uno psicoterapeuta.
Attraverso giochi di ruolo e attività pratiche, i ragazzi hanno sperimentato le emozioni del vincere e del perdere, imparando a riconoscere il valore del rispetto reciproco.
Il risultato è stato un esempio concreto di come una segnalazione possa trasformarsi in educazione sportiva ed emotiva.
Dare riscontro alle segnalazioni: un gesto di rispetto
Un aspetto spesso trascurato riguarda la restituzione del feedback a chi effettua una segnalazione.
Il Safeguarder deve confermare la ricezione della segnalazione, ringraziare per la collaborazione e comunicare – nel rispetto della privacy – l’esito o le azioni intraprese.
Anche quando la segnalazione viene archiviata, è importante rispondere: significa riconoscere il disagio espresso e valorizzare il contributo del segnalante.
In questo modo si rafforza la fiducia e si favorisce una partecipazione attiva al processo di prevenzione.
Un nuovo approccio culturale allo sport
Il safeguarding non è un adempimento burocratico, ma un processo educativo e culturale.
Attraverso modelli di comportamento, canali di ascolto e momenti formativi, i centri sportivi possono diventare veri e propri luoghi di crescita, rispetto e consapevolezza.
Le segnalazioni non devono essere temute, ma accolte come occasioni di apprendimento e miglioramento. Solo così la cultura della prevenzione può radicarsi nel tempo, trasformando lo sport dilettantistico in un’esperienza umana e sociale più sana.
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